In margine al film Almost Blue (2000) di A. Infascelli
In margine al film Almost Blue (2000) di A. Infascelli
'Pulp’ dice ‘polpa’, ‘pasta di cellulosa’, ‘rivista da quattro soldi’, oppure un film che sembra buttato lì per caso a raccontare storie di violenza e di droga, spappolamenti di cervello o siringhe piantate nel cuore. Tra versetti biblici e improponibili saghe di orologi familiari, Pulp Fiction scardina la rappresentazione temporale lineare delle storie che narra per offrire allo spettatore una visione quanto più simultanea possibile di eventi lontani anche molti anni tra loro. E l’intreccio temporale di ciascuna storia si relaziona in modo ancor più sorprendente con le altre storie per mezzo di legami improponibili, quasi miracolosi e del tutto, apparentemente, casuali.
«Che ore sono?» – «Che giorno è?» Non possiamo più collocare temporalmente l’azione che vediamo narrata e il tempo si spiaccica in mille pezzi contro il parabrezza posteriore dell’auto dei due sicari. «C’è un corpo senza testa» relaziona mr. Wolf, una polpa da raccogliere, pulp da ripulire dall’auto perché la mogliettina del regista non chieda il divorzio.
Il tempo diventa sangue e dà la morte come accade al padre di Butch, che per custodire nel fondoschiena l’orologio regalatogli da suo padre, si ammala e muore di dissenteria in Vietnam. Per salvare lo stesso orologio Butch quasi ci rimette la vita, o il fondoschiena non sappiamo.
È rosso come il pomodoro, allora, il colore di questa pellicola e del sangue che macchia gli abiti, del tempo che muore in una finzione che dice forse di un nuovo modo di concepire il cinema: montare un film come si scrive un libro. Kill Bill ne sarà il compimento: protagonista sempre il pulp, la polpa, il sangue-pomodoro, il corpo senza testa.
In margine al film Pulp Fiction (1994) di Q. Tarantino
Ci si potrebbe chiedere se sia davvero possibile commettere tanta violenza. E se non è possibile se sia almeno pensabile. Nel momento in cui diciamo che essa è pensabile, allora la violenza diventa anche rappresentabile. Pertanto, procedendo a ritroso, non ci dovrebbe stupire il passaggio dalla rappresentazione filmica della violenza di Alex al suo essere pensata fuori dallo schermo, alimentata, repressa nel cuore di ognuno di noi. Se pensata poi, essa dovrebbe essere espressa: con parole, gesti, immagini e suoni… quali altri segni di ciò che ci agita? Quindi il pensare ad atti violenti ci obbligherebbe a esprimerli pur in qualche modo, espellendoli come bastonate ‘libidinose’, oppure trattenendoli in noi come conati di vomito. Dalla sala cinematografica si verrebbe proiettati nuovamente nel film.
Tra un dentro e un fuori lo schermo che hanno stabilito forse la fortuna della pellicola di Kubrick, l’idea è che in qualsiasi modo la violenza si esprima essa non ci abbandoni mai. E non esiste cura che ce ne liberi per via positiva senza ottenere la ribellione fantasiosa del corpo. Trattato da semplice oggetto, è il corpo che si oppone all’educazione coercitiva al bene, evidenziando i limiti della «Cura Ludovico» con il suo cercare la morte. Del resto è proprio al corpo che si rivolge il trattamento rieducativo al bene a cui viene sottoposto Alex. Come se il male fosse un problema dell’ «oggetto» animale e non del «soggetto» uomo. Che sia il corpo, allora, il protagonista della vicenda?
In margine al film Arancia meccanica (1971) di S. Kubrick