domenica, 14 maggio 2006
Il realismo delle immagini di violenza proposte è solo in parte mitigato dalla loro ricomposizione secondo assi spazio-temporali non lineari che ne rendono la proiezione una sorta di immersione amniotica nel mondo di Alessio Crotti, il serial killer. Tra il ritmo sostenuto di un “giallo” da risolvere e il manifestarsi psicotico dell’efferatezza omicida e autolesionista, immersa nel liquido della musica ascoltata in cuffia, lo spettatore è in bilico tra un dentro e un fuori la pellicola che se da un lato lo provocano nella spettacolarità realistica delle immagini, da un altro ne stabiliscono la distanza rispetto al loro contenuto.
Sembra di assistere quasi alla performance di un body artist al rovescio: là dove la pratica del corpo artistico è anche la sua perforazione – pensiamo al piercing –, qui essa diventa l’eliminazione di ogni “fregio” sia esso abito o gioiello. Ciò che di tutto resta è un corpo insanguinato senza volto, senza identità culturale, senza appartenenza ad alcuna comunità. Allo stesso modo vive il serial killer e, sebbene in continua ricerca di riconoscimenti e identità visivi, non può evitare che sia la voce il tratto distintivo della sua persona e non il volto. La rimodulazione fortuita di Simone della frequenza del suono in colore, dalla voce «stretta» al colore “verde”, permetterà alla polizia di conoscere e approfondire i tratti della personalità dell’omicida.
Ma chi pensa che ciò sia sufficiente alla cattura (e quindi al riconoscimento secondo il più antico modello dostoevskijano) è un illuso, come accade all’ispettore Negro: perché ci sia un effettivo riconoscimento, infatti, si richiede reciprocità e solo se Alessio percorrerà il cammino inverso, dunque, dal colore al suono, dalla visione all’ascolto, ci potrà essere l’incontro, il riconoscimento e la ricollocazione dell’omicida in una comunità.

In margine al film Almost Blue (2000) di A. Infascelli

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domenica, 14 maggio 2006

'Pulp’ dice ‘polpa’, ‘pasta di cellulosa’, ‘rivista da quattro soldi’, oppure un film che sembra buttato lì per caso a raccontare storie di violenza e di droga, spappolamenti di cervello o siringhe piantate nel cuore. Tra versetti biblici e improponibili saghe di orologi familiari, Pulp Fiction scardina la rappresentazione temporale lineare delle storie che narra per offrire allo spettatore una visione quanto più simultanea possibile di eventi lontani anche molti anni tra loro. E l’intreccio temporale di ciascuna storia si relaziona in modo ancor più sorprendente con le altre storie per mezzo di legami improponibili, quasi miracolosi e del tutto, apparentemente, casuali.

«Che ore sono?» – «Che giorno è?» Non possiamo più collocare temporalmente l’azione che vediamo narrata e il tempo si spiaccica in mille pezzi contro il parabrezza posteriore dell’auto dei due sicari. «C’è un corpo senza testa» relaziona mr. Wolf, una polpa da raccogliere, pulp da ripulire dall’auto perché la mogliettina del regista non chieda il divorzio.

Il tempo diventa sangue e dà la morte come accade al padre di Butch, che per custodire nel fondoschiena l’orologio regalatogli da suo padre, si ammala e muore di dissenteria in Vietnam. Per salvare lo stesso orologio Butch quasi ci rimette la vita, o il fondoschiena non sappiamo.

È rosso come il pomodoro, allora, il colore di questa pellicola e del sangue che macchia gli abiti, del tempo che muore in una finzione che dice forse di un nuovo modo di concepire il cinema: montare un film come si scrive un libro. Kill Bill ne sarà il compimento: protagonista sempre il pulp, la polpa, il sangue-pomodoro, il corpo senza testa.

In margine al film Pulp Fiction (1994) di Q. Tarantino

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domenica, 14 maggio 2006

Ci si potrebbe chiedere se sia davvero possibile commettere tanta violenza. E se non è possibile se sia almeno pensabile. Nel momento in cui diciamo che essa è pensabile, allora la violenza diventa anche rappresentabile. Pertanto, procedendo a ritroso, non ci dovrebbe stupire il passaggio dalla rappresentazione filmica della violenza di Alex al suo essere pensata fuori dallo schermo, alimentata, repressa nel cuore di ognuno di noi. Se pensata poi, essa dovrebbe essere espressa: con parole, gesti, immagini e suoni… quali altri segni di ciò che ci agita? Quindi il pensare ad atti violenti ci obbligherebbe a esprimerli pur in qualche modo, espellendoli come bastonate ‘libidinose’, oppure trattenendoli in noi come conati di vomito. Dalla sala cinematografica si verrebbe proiettati nuovamente nel film.

Tra un dentro e un fuori lo schermo che hanno stabilito forse la fortuna della pellicola di Kubrick, l’idea è che in qualsiasi modo la violenza si esprima essa non ci abbandoni mai. E non esiste cura che ce ne liberi per via positiva senza ottenere la ribellione fantasiosa del corpo. Trattato da semplice oggetto, è il corpo che si oppone all’educazione coercitiva al bene, evidenziando i limiti della «Cura Ludovico» con il suo cercare la morte. Del resto è proprio al corpo che si rivolge il trattamento rieducativo al bene a cui viene sottoposto Alex. Come se il male fosse un problema dell’ «oggetto» animale e non del «soggetto» uomo. Che sia il corpo, allora, il protagonista della vicenda?

In margine al film Arancia meccanica (1971) di S. Kubrick

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domenica, 14 maggio 2006
Chi sia Toni lo scopriamo poco alla volta. Ma qualcosa della sua figura si intuisce già dal suo discorso per il battesimo del figlio. Se è vero che i ceffoni bisogna prenderli dai padri è anche vero che gli stessi padri insegnano ai figli a restituire al prossimo questi ceffoni: «Perché intorno sono tanti quelli che ci vogliono male!». E sulla reciprocità della bontà che diventa obbligo si basa il viaggio che i due cognati compiono alla ricerca, guarda caso, della macchina rubata a Vitino, il più ingenuo dei due. A chi si riferisca quell’aggettivo possessivo «mio» del film risulta difficile dirlo: forse nessuno dei cognati ha un titolo privilegiato per considerarsi proprietà dell’altro, tanto che è nella direzione del riconoscimento reciproco delle proprie diversità che la storia si muove. Da una parte il riconoscimento di una natura strabordante, eccentrica, con tutto il peso di una schiavitù clientelare che si deve accettare, dall’altra l’accettazione di una pacatezza e di una misura che significano libertà.
In un contesto dove il non accettare regali viene considerato segno di non appartenenza, Alessandro Piva mostra, nella chiaroscurità di una Bari notturna, le contraddizioni di una città (possiamo benissimo dire di un paese) in bilico tra legalità e illegalità, tra bello e brutto, buono e cattivo, amico e nemico. Non ci sono confini certi dell’alternanza e dello scontro dei contrari. Tutto è sfumato, chiaroscuro per l’appunto, dove l’unico elemento di rottura evidente, di epifania inconfondibile dei ruoli è dato dall’accendersi dei toni dei dialoghi, dall’epifania della violenza. Ma la violenza, insegnano sempre gli stessi padri, può essere anche a fin di bene e pertanto la violenza stessa può generare confusione, là dove essa viene perpetrata per educazione dell’altro: la violenza dell’affetto. Il limone, simbolo della sfida, non vuole forse significare l’offerta di un amaro/amore che fa digerire? Già ma neppure si dà possibilità di rifiutare l’offerta, di non accettare quel simbolo. Si tratta del dono di uno sconosciuto, o meglio, di qualcuno che si intuisce chi possa essere (un capobanda) ma che nel momento in cui dona nasconde la mano e il volto. Il clientelismo bypassa così quell’altro famoso precetto parentale di non accettare mai caramelle da uno sconosciuto. Il «no» di questa scelta ne colpirebbe le radici irrimediabilmente.

In margine al film Mio cognato (2002) di A. Piva
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